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Quadro del diritto

(Ius est ars boni et aequi)

Riflessione giuridica n. 0

Vogliamo inaugurare con questa iniziativa una riflessione periodica, che provi non solo a sommare, al nostro bagaglio culturale strettamente giuridico, conoscenze estetiche, ma che tracci, o almeno tenti di tracciare, un minimo contributo per il giurista, teso ad ampliare il proprio “saper guardare” per portarlo al “saper vedere”.

Non c’è alcuna pretesa di rubare il “mestiere” ai filosofi del diritto, e le riflessioni saranno non solo liberamente ispirate dalle opere in esposizione, ma del tutto libere, sotto ogni profilo. Saranno cioè, soprattutto, delle occasioni di riflessione!

E lo faremo attraverso il contributo di dodici artisti, non solo traendo spunto dai loro lavori, ma incontrandoli personalmente e confrontandoci con loro. E questo, consentitemi, è il valore aggiunto di questo percorso, fatto di donne e di uomini, oltre che delle loro opere.

Invero si tratta solo di prendere coscienza di fenomeni che già, nei casi più virtuosi, pervadono il nostro operare.

 

L’arte è cultura

Ma anche il diritto lo è. E lo è non nel senso stretto del termine, vale a dire non in termini di mera conoscenza del dato normativo o del precedente giurisprudenziale.

Il diritto applicato parte da dati di fatto che sono spaccati di vita vissuta, di umanità, ed il giurista li tratta nell’ambito di un ordinamento che al tempo stesso ne determina i compiti ma gli affida anche la tutela di una situazione sociale, di libertà e di ordine.

Ma se umanesimo e socialità sono caratteristiche intrinseche del diritto vissuto, la conoscenza ed anche il solo avvicinamento di altre forme culturali ed espressive, apriranno l’orizzonte cognitivo e valutativo del giurista, ne faciliteranno l’intelligenza, gli consentiranno anche di esprimersi con un linguaggio maggiormente capace di farsi meglio e più efficacemente intendere al di fuori ed al di sopra del suo linguaggio, spesso troppo tecnico, ancora permeato dall’abuso del brocardo latino, talvolta troppo gergale.

Certo, il primo pensiero, nell’allargamento culturale del giurista, va alla letteratura, ma perché non all’arte visiva?

Se il diritto vivente è così “umano” da pervadere ed invadere molteplici rappresentazioni teatrali, letterarie, cinematografiche, fino a certe, più o meno pregevoli, serie televisive, come non concepire anche un rapporto con le arti visive pittoriche.

C’è un tratto che rende, mi pare, superiore e diverso il quadro rispetto a tutte le rappresentazioni dello spettacolo e spesso anche della letteratura. Queste ultime si occupano sempre del “dopo”, ci raccontano episodi e soluzioni giuridiche, indagini e sentenze, assoluzioni o condanne clamorose, oppure separazioni o fallimenti, giudici integerrimi o corrotti, principi del foro o azzeccagarbugli.

Il quadro invece gioca d’anticipo, ci impone emozioni, ci offre situazioni “immediate” o addirittura ci costringe, con certe espressioni minimaliste ad esempio, ad immaginare qualcosa che non è ancora accaduto e che è affidato alla nostra capacità intuitiva ed intellettiva.

Il quadro del diritto definitivo web retro

Il quadro è presente e futuro, non passato!

Insomma, un dipinto, non è solo emozione, non è solo bellezza, ed il diritto vivente ne può giovare in un affiancamento culturale che sa correre più veloce e che infila prepotentemente le sue emozioni in quel terreno solo apparentemente arido che è il tracciato del fatto processuale e del diritto applicato.

L’interpretazione giuridica non dipenderà certo dalla specifica rappresentazione pittorica o dal suo cromatismo, ma l’apporto spirituale, così alimentato dalla cultura, contribuirà a superare l’asettico formalismo, consapevolmente trascendendo il limite oggettivo della scienza.

Ancora una volta, rispetto ai romani, non abbiamo inventato nulla, il loro equo infatti stava a significare non solo equilibrio, ma rappresentava un chiaro riferimento ai profili etici e morali, certo non estranei ma anzi costitutivi dell’estetica.

Allora può esistere un quadro del diritto, uno ius che non è solo quell’ ars boni et aequi del diritto romano (una definizione di Celso che pure già tratteggiava quell’umanesimo del diritto dal quale siamo partiti), ma che può rappresentare un’istantanea in grado di offrire il contributo insieme estetico e poetico al fatto-diritto sul quale opera il giurista, un diritto non solo arte del buono e del giusto, ma anche del bello!

Un diritto che, per restare alle parole sempreverdi dei latini, è dunque frutto e sostanza stessa di un’ars, non appunto fine a se stessa ed alle sue logiche, ma legata all’esperienza complessiva del diritto vissuto, all’esperienza giuridica che lascia spazio ai sentimenti ed alle emozioni, avvalorate da un afflato culturale poliedrico, quadri compresi, non estraneo alle scelte cui è chiamato il giurista, nel contemperamento degli interessi privati contrapposti, in ambito sociale “tutelato”.

Carlo Chelodi

 

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