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Amministratore di condominio: la revoca dell’autorità giudiziaria e le conseguenze

L’amministratore del condominio, che sia stato revocato dall’autorità giudiziaria, è tenuto a rendere il conto della sua gestione e a rimettere ai condomini tutto ciò che ha in cassa, indipendentemente dall’esercizio cui le somme si riferiscono, ancorché non operi, in tal caso, alcuna “perpetuatio” o “prorogatio” di poteri in capo ad esso, non essendo ravvisabile una presunta volontà conforme dei condomini in tal senso ed essendo anzi la revoca espressione di una volontà contraria alla conservazione dei poteri di gestione.

Alcuni condomini aveva citato in giudizio il precedente amministratore, dolendosi delle di lui inadempienze. Il giudice di primo grado aveva accolto le doglianze, condannando il convenuto, per altro revocato dal Tribunale per gravi irregolarità gestionali, a rimborsare agli attori quanto richiesto, ribadendo per altro che l’amministratore, a seguito della revoca giudiziale, si era reso inadempiente all’obbligo di rendiconto per la gestione relativa ad un dato periodo.


La Corte d’appello, in accoglimento del gravame dell’amministratore, aveva poi affermato che, fermo l’obbligo di rendiconto gravante sull’amministratore revocato ex art. 1713 c.c., il medesimo era stato cionondimeno riconfermato nell’incarico dall’assemblea ed aveva comunque presentato i rendiconti per gli anni correnti, approvati dall’assemblea con delibere parimenti non impugnate, sicché alcuna rimostranza i singoli condomini potevano più opporre al riguardo.


La Corte di Cassazione, sovvertendo nuovamente il giudizio, ha accolto il ricorso del condomini, asserendo che l’amministratore di condominio, che sia stato revocato dall’assemblea o dall’autorità giudiziaria, è tenuto, ai sensi dell’art. 1713 c.c. a rendere il conto della sua gestione ed a rimettere ai condomini tutto ciò che abbia ricevuto per conto del condominio, vale a dire tutto ciò che ha in cassa, indipendentemente dall’esercizio al quale le somme si riferiscono, atteso che, una volta revocato, il mandatario non ha più titolo per trattenere quanto gli è stato somministrato dal mandante.


L’amministratore revocato, pertanto, dovendo rendere il conto del suo operato, è chiamato a giustificare, attraverso i necessari documenti giustificativi, in che modo abbia svolto la sua opera, mediante la prova di tutti gli elementi di fatto che consentano di individuare e vagliare le modalità con cui l’incarico sia stato eseguito e di stabilire se il suo operato sia stato conforme ai criteri di buona amministrazione.


La circostanza che, dopo la revoca dell’amministratore da parte dell’autorità giudiziaria, l’assemblea abbia poi nominato nuovamente l’amministratore revocato non esonera lo stesso dall’obbligo di rendiconto. Invero, certamente non opera, per il periodo susseguente alla revoca ed antecedente alla costituzione del nuovo incarico da parte dell’assemblea, alcuna “perpetuatio” o “prorogatio” di poteri in capo all’amministratore di condominio revocato, non potendo ravvisarsi una presumibile volontà conforme dei condomini in tal senso, e piuttosto supponendo la revoca l’esplicitazione di una volontà contraria alla conservazione dei poteri di gestione. Neppure l’amministratore revocato può ritenersi dispensato dal presentare il rendiconto, come affermato dalla Corte d’appello di Catania, adducendo che erano stati comunque approvati i rendiconti relativi agli esercizi precedenti, giacché l’inoppugnabilità conseguita da tali rendiconti non impugnati non esclude che, estinto il mandato per revoca, l’amministratore debba dare prova delle somme incassate e degli esborsi per l’esercizio corrente.

Cass. civ., Sez. II, 8 luglio 2021, n. 19436


Redazione A-I.it Avvocati Associati

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