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Il danno biologico terminale

Nel caso in cui tra la lesione e la morte si interponga un apprezzabile lasso di tempo, tale periodo giustifica il riconoscimento in favore del danneggiato (e quindi degli eredi) del c.d. danno biologico terminale.


La vicenda aveva preso le mosse da un incidente stradale e dalle sue conseguenze: uno dei due automobilisti coinvolti era rimasto gravemente gerito, perendo qualche giorno più. Gli eredi avevano dunque convenuto in giudizio l’altro conducente e la relativa compagnia d’assicurazione per vedersi almeno risarcire il danno.

A valle d una lunga vicenda giudiziaria, la questione giungeva dinanzi agli ermellini che, in primo luogo, ha rammentato che nel caso di scontro tra veicoli, la presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 c.c. ha carattere sussidiario, dovendosi applicare soltanto nel caso in cui sia impossibile accertare in concreto il grado di colpa di ciascuno dei conducenti coinvolti nel sinistro; l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, del divieto di svolta non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente.

L’attenzione della Corte si è poi spostata sulla doglianza fondamentale dei ricorrenti, il risarcimento del danno. Ebbene, nella loro ottica la sentenza sarebbe stata da cassare poiché aveva respinto, ritenendo che occorresse una prova rigorosa, la domanda di risarcimento del danno patrimoniale per perdita del contributo che la vittima, con loro convivente, avrebbe dato in futuro al mantenimento della famiglia. Secondo i ricorrenti il giudice avrebbe dovuto attivarsi onde inferire dal materiale probatorio acquisito la probabile esistenza di un danno patrimoniale futuro per come sollecitato con l’atto d’appello, considerando che all’epoca dei fatti la vittima aveva sedici anni, era in età scolare, era primogenito e convivente con la famiglia, che il padre svolgeva le mansioni di muratore, che la madre era casalinga, che del nucleo familiare facevano parte un altro fratello ed una sorella.

La censura è stata tuttavia respinta. La giurisprudenza di legittimità ritiene infatti che il danno di cui si discute competa solo qualora appaia probabile – sulla base di oggettivi e ragionevoli criteri prognostici, rapportati al caso concreto, nonchè di parametri di regolarità causale – che il figlio, una volta inserito nel mondo del lavoro, avrebbe contribuito al sostentamento della famiglia di origine, tenuto conto della condizione economica dei genitori, della loro età, di quella del minore nonchè della prevedibile entità del reddito di costui, fermo, peraltro, che spetta pur sempre ei qui dicit l’onere di allegare e provare le predette circostanze. E di tali principi, consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, il giudice di merito ha fatto coerente e corretta applicazione.

Gli ermellini hanno dunque chiosato asserendo che in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure haereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

Viceversa, nel caso in cui tra la lesione e la morte si interponga un apprezzabile lasso di tempo, tale periodo giustifica il riconoscimento, in favore del danneggiato, del c.d. danno biologico terminale, cioè il danno biologico stricto sensu (ovvero danno al bene salute), al quale, nell’unitarietà del genus del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione e in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale e il decesso nel caso in cui la persona sia rimasta “manifestamente lucida”.

In ogni caso, rimane esclusa l’indennizzabilità ex se del danno non patrimoniale da perdita della vita; e tale esclusione non vale a contraddire il riconoscimento del “diritto alla vita” di cui all’art. 2 CEDU, atteso che tale norma (pur di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene-vita) non detta specifiche prescrizioni sull’ambito e i modi in cui tale tutela debba esplicarsi, nè, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela risarcitoria, il cui riconoscimento in numerosi interventi normativi ha comunque carattere di specialità e tassatività ed è inidoneo a modificare il vigente sistema della responsabilità civile, improntato al concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sé considerato.

Cass. civ., Sez. VI, 6 ottobre 2020, n. 21508

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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