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Danno da incidente stradale: risarcimento ai prossimi congiunti della vittima e prova per presunzione

Il danno riportato dalla vittima di un incidente stradale può provocare nei congiunti sia una sofferenza d’animo sia una perdita vera e propria di salute: i pregiudizi subiti da tali soggetti possono essere dimostrati anche per presunzioni.


La vicenda era nata a valle di un incidente stradale tra due motocicli: nello scontro era rimasto ferito, quale terzo trasportato il figlio di una coppia che si era poi decisa a citare in giudizio i conducenti di entrambi i motorini e la relative compagnie di assicurazione. Il giudice di primo grado, dopo aver ripartito la causa del danno tra i due conducenti, aveva poi ritenuto il terzo responsabile del danno a se stesso nella misura del 10%, liquidandogli una somma per il danno alla persona subito.

La decisione, a causa dell’esiguità del risarcimento, diveniva oggetto di gravame: mentre la Corte d’Appello rigettava le doglianze degli appellanti, non così la Corte di Cassazione, che, al contrario, ha accolto il ricorso innanzi a lei presentato.

Gli ermellini hanno fornito una serie di importanti delucidazioni concernenti il danno non patrimoniale, soprattutto in relazione al danno ai congiunti, che val la pena sottolineare.

Innanzitutto, tale tipo di danno, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva ed in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza ed alla gravità delle ricadute della condotta.

Per quanto concerne il danno ai congiunti, si tratta, nel caso di specie, di danno diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo, la quale rileva dunque come fatto plurioffensivo, che ha vittime diverse, ma egualmente dirette. Con la conseguenza che la lesione della persona di taluno può provocare nei congiunti sia una sofferenza d’animo sia una perdita vera e propria di salute, come una incidenza sulle abitudini di vita. I pregiudizi subiti da tali soggetti non devono dunque essere oggetto di una prova più rigorosa degli altri, ben potendo essere dimostrati anche per presunzioni.

E tra le presunzioni assume ovviamente rilievo il rapporto di stretta parentela tra la vittima in primis, per cosi dire, ed i suoi congiunti.

Il rapporto di stretta parentela esistente fa presumere, secondo un criterio di normalità sociale (ossia ciò che solitamente accade) che genitori e fratelli soffrano per le gravissime permanenti lesioni riportate dal congiunto prossimo. Né v’è bisogno, come postula la sentenza impugnata, che queste sofferenze si traducano in uno “sconvolgimento delle abitudini di vita”, in quanto si tratta di conseguenze estranee al danno morale, che è piuttosto la soggettiva perturbazione dello stato d’animo, il patema, la sofferenza interiore della vittima, a prescindere dalla circostanza che influisca o meno sulle abitudini di vita.

Cass., 8 aprile 2020, n. 7748

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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