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Dati personali: quale utilizzo nel processo?

In tema di protezione dei dati personali, non costituisce violazione della relativa disciplina il loro utilizzo mediante lo svolgimento di attività processuale: tale disciplina non trova applicazione in via generale quando i dati stessi vengano raccolti e gestiti nell’ambito di un processo, spettando la titolarità del trattamento, in esso, all’autorità giudiziaria.


La vicenda aveva ad oggetto l’accertamento dello status di figlio naturale da parte di un ragazzo. La domanda di quest’ultimo era stata accolta sia in primo che in secondo grado ed era stata invece rigettata la domanda riconvenzionale, proposta dal padre, di condanna al risarcimento danni per doloso occultamento della procreazione con conseguente ingiusta privazione da parte sua del rapporto di filiazione.

Orbene, al di là del merito della questione, deve esser sottolineato che la Corte di Cassazione – alla cui attenzione la medesima era giunta sulla scorta del gravame proposto dal padre, gravame, per inciso, rigettato – ha ricordato importanti principi in tema di privacy, che val la pena evidenziare.

Nella specie, il ricorrente aveva dato modo alla Corte di pronunciarsi in merito poiché si era lamentato dell’illegittima acquisizione di determinati elementi probatori, in violazione delle norme del D.Lgs. n. 196 del 2003.

Secondo gli ermellini, tuttavia, non vi è stata alcune violazione delle norme de quibus.

In effetti, è la stessa legge conformativa del diritto che ne definisce i limiti, attribuendo prevalenza, rispetto al jus arcendi dell’interessato, al trattamento dei dati personali qualora effettuato per ragioni di giustizia, per tali intendendosi i trattamenti di dati personali direttamente correlati alla trattazione giudiziaria di affari e di controversie.

Il regolamento UE n. 679/2016, art. 9, paragr. 1 e 2, lett. f), prevede che il divieto espresso di “trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona” non si applica nei casi in cui il trattamento si renda necessario “per accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria o ogniqualvolta le autorità giurisdizionali esercitino le loro funzioni giurisdizionali”; analogamente, il potere del soggetto interessato di opporsi al trattamento, cancellare i dati o limitare il trattamento dei dati a taluni utilizzi soltanto, incontra il limite dell’accertamento, dell’esercizio o della difesa di un diritto in sede giudiziaria: art. 18, paragr. 2, art. 17, paragr. 3, lett. e), art. 21, paragr. 1, regolamento UE n. 679/2016.

Ed ulteriori limitazioni alle disposizioni della legge possono essere apportate dagli Stati membri nel caso in cui, fatta salva la essenza dei diritti e delle libertà fondamentali, debbano essere adottate misure necessarie e proporzionate al fine di salvaguardare la tutela dell’interessato o dei diritti e delle libertà altrui od ancora l’esecuzione delle azioni civili (art. 23, paragr. 1, lett. i) e j), reg. UE cit.).

Per altro, già da tempo la Cassazione afferma che, in tema di protezione dei dati personali, non costituisce violazione della relativa disciplina il loro utilizzo mediante lo svolgimento di attività processuale, giacché detta disciplina non trova applicazione in via generale, ai sensi del D.Lgs. n. 193 del 2003, artt. 7, 24, 46 e 47 (cd. codice della privacy), quando i dati stessi vengano raccolti e gestiti nell’ambito di un processo; in esso, infatti, la titolarità del trattamento spetta all’autorità giudiziaria e in tal sede vanno composte le diverse esigenze, rispettivamente, di tutela della riservatezza e di corretta esecuzione del processo, per cui, se non coincidenti, è il codice di rito a regolare le modalità di svolgimento in giudizio del diritto di difesa e dunque, con le sue forme, a prevalere in quanto contenente disposizioni speciali e, benché anteriori, non suscettibili di alcuna integrazione su quelle del predetto codice della privacy.

Cass. civ., Sez. III, 5 maggio 2020, n. 8459

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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