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Illegittimo trattamento dei dati sensibili: chi prova?

L’illegittimo trattamento di dati sensibili D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 4 configurabile come illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c., non determina un’automatica risarcibilità del danno poiché il pregiudizio deve essere provato dal danneggiato secondo le regole ordinarie, quale ne sia l’entità e la difficoltà di assolvere l’onere probatorio.

L’amministratrice di sostegno di una signora aveva citato in causa il comune nel quale quest’ultima risiedeva, perché fosse condannato al risarcimento dei danni subiti dall’amministrata a causa della pubblicazione sull’albo pretorio on-line del comune alcune sue informazioni riservata, nella specie la richiesta, accolta, di ricovero della stessa presso un centro socio-riabilitativo diurno per disabili, contenente informazioni sul suo stato di salute.

Il giudice di primo grado aveva però disatteso la domanda, sulla scota della mancanza di prova, in particolare della denunciata pubblicazione della delibera in versione integrale all’albo pretorio.

Da ciò derivava l’impossibilità di applicare la presunzione iuris tantum riguardante l’elemento psicologico della colpa che comportava l’inversione dell’onere della prova a carico dell’autore dell’illecito, tenuto a dimostrare di aver adottato misure idonee ad evitarlo ai sensi del combinato disposto di cui al D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 15 e art. 2050 c.c.


Dello stesso parere anche i giudici di secondo grado ed infine la Corte di Cassazione.

I giudici di legittimità hanno innanzitutto ricordato che, poiché si discute di trattamento di dati personali, si applica il codice della privacy (D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196) nella stesura anteriore alle modifiche introdotte con il D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101 di adeguamento dell’ordinamento nazionale al regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, entrato in vigore il 25 maggio 2018.

Hanno poi proseguito affermando che l’illegittimo trattamento di dati sensibili D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 4 configurabile come illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c., non determina un’automatica risarcibilità del danno poiché il pregiudizio (morale e/o patrimoniale) deve essere provato dal danneggiato secondo le regole ordinarie, quale ne sia l’entità e la difficoltà di assolvere l’onere probatorio, trattandosi di un danno-conseguenza e non di un danno-evento, senza che rilevi in senso contrario il suo eventuale inquadramento quale pregiudizio non patrimoniale da lesione di diritti costituzionalmente garantiti.

Tuttavia, poiché i danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali, in base al D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 15 sono assoggettati alla disciplina di cui all’art. 2050 c.c., il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre incombe al danneggiante la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno stesso.

Cass. civ., Sez. I, 26 maggio 2021, n. 14618

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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