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Immobili di interesse storico: apposizione del vincolo e oneri fiscali

Sussiste un nesso di collegamento inscindibile tra apposizione del vincolo di e pesanti oneri manutentivi che dal medesimo derivano, che giustificano il regime speciale di tassazione ai fini dell’imposizione fiscale.


Un farmacista aveva impugnato il rifiuto tacito al rimborso della maggiore ICI richiesta in relazione ad un immobile rientrante nella categoria degli immobili storico artistici a seguito di due vincoli parziali; egli riteneva infatti dovesse applicarsi la riduzione dell’ICI prevista per gli immobili di interesse storico.

Il giudice di primo grado aveva rigettato il ricorso e dello stesso parere si era mostrata la Commissione Tributaria Regionale, a mente della quale la caratteristica di bene, mobile o immobile, di particolare interesse artistico e storico deve intendersi riferita al bene descritto nel provvedimento di riconoscimento di tale caratteristica adottato dalla Sopraintendenza e non può estendersi ad altri beni, a meno che non vi sia una immedesimazione strutturale od una connessione strutturale imprescindibile, come nel caso della farmacia, non anche dell’arredo di questa e del tabernacolo.

Gli ermellini hanno, al contrario, il gravame proposto dal contribuente, che si doleva in particolare della violazione e/o falsa applicazione del D.L. n. 16/1993, art. 2, comma 5, convertito in L. n. 75/1993 della L. n. 342/2000, art. 74, comma 6 del D.L. n. 201/2011, art. 13, comma 3 della L. n. 1089/1939, art. 3 e del D.Lgs. n. 42/2004, art. 10 per l’omessa applicazione dell’agevolazione prevista per gli immobili di interesse storico-artistico in quanto sia il tabernacolo che gli arredi immobili della farmacia costituiscono elementi inscindibili rispetto all’intero fabbricato.

Ed in effetti la Cassazione ha ricordato che la L. n. 413 del 1991, art. 11, comma 2 ratione temporis applicabile, disponeva quanto segue: “In ogni caso, il reddito degli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi della L. 1 giugno 1939, n. 1089, art. 3 e successive modificazioni e integrazioni, è determinato mediante l’applicazione della minore tra le tariffe d’estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato”.

Tale disciplina, poi radicalmente riformulata dal D.L. n. 16 del 2012, art. 4 convertito nella L. n. 44 del 2012 consentiva al possessore di immobili di interesse storico e artistico di assumere ai fini fiscali quale parametro rilevante, quello della rendita catastale determinata in base alla minor tariffa d’estimo vigente per le abitazioni site nella stessa zona censuaria, indipendentemente dal reddito di locazione eventualmente goduto dal proprietario.

Il collegamento al peso economico correlato all’esistenza del vincolo storico artistico è stato per altro più volte ribadito anche dalla Corte Costituzionale, che ha giustificato il regime agevolativo previsto il D.L. n. 16 del 1993, art. 2, comma 5 per una esigenza di equità fiscale, derivante dalla considerazione della minore utilità economica che presentano i beni immobili di interesse storico o artistico in conseguenza del complesso di vincoli e limiti cui la loro proprietà è sottoposta.

In definitiva sia nella giurisprudenza costituzionale che di legittimità, è stato più volte affermato un nesso di collegamento inscindibile tra apposizione del vincolo e pesanti oneri manutentivi che dal medesimo derivano, gli stessi giustificando il regime speciale di tassazione ai fini dell’imposizione fiscale.

Cass. civ., Sez. VI, 15 maggio 2020, n. 9036/o.

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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