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L’interpretazione del testamento

Ricorre l’ipotesi di disposizione a favore di soggetti determinati dallo stesso testatore non solo nel caso in cui la disposizione sia stata dettata a vantaggio di soggetti nominativamente indicati, ma anche nel caso in cui i beneficiari siano comunque determinabili.


La questione aveva preso le mosse dalla citazione a giudizio di un’Arcidiocesi nei confronti di una signora che non aveva, a suo dire, tenuto fede a quanto disposto dalla sorella nel testamento a favore dell’attrice: in particolare, con legato, la testatrice aveva disposto che con determinate somme si potesse procedere alla costruzione di nuove chiese della Diocesi; tuttavia, come faceva poi notare la germana convenuta, la testatrice aveva poi tramite testamento olografo successivamente modificato alcune disposizioni della precedente scheda testamentaria.

Il giudice di primo grado aveva rigettato le domande dell’Arcidiocesi e dello stesso avviso si era poi mostrata la Corte d’Appello, secondo la quale, pur essendo indubbio che la controversa disposizione testamentaria integrava gli estremi di un legato modale, la stessa dovesse ritenersi nulla per mancata indicazione e indeterminatezza del legatario, non potendo ravvisarsi il requisito della sua determinatezza nell’adozione dell’espressione utilizzata dalla testatrice con il mero riferimento dello scopo “Per la costruzione di nuove chiese del/a Diocesi “, non risultando la designazione del beneficiario a titolo di legato, con la conseguente dichiarazione di nullità della relativa disposizione ai sensi dell’art. 628 c.c.


Conclusione invece diversa è stata adottata dalla Corte di Cassazione, che invece ha accolto il gravame presentato dall’Arcidiocesi.

Orbene, gli ermellini hanno evidenziato che, se è pur vero che, in generale, l’interpretazione del contenuto testamentario investe una squisita valutazione di merito, nel caso di specie, avrebbe dovuto essere privilegiato – circa la riferibilità del disposto legato oggetto del contendere – un approccio ermeneutico di tipo conservativo della specifica clausola alla stregua della sostanziale assimilazione tra i termini Diocesi e Arcidocesi.

Del resto, l’interpretazione del testamento è caratterizzata, rispetto a quella contrattuale, da una più intensa ricerca ed efficacia della volontà concreta e da un più frequente ricorso all’integrazione con elementi estrinseci, per modo che l’identificazione della persona onorata dalla disposizione testamentaria, fatta dal testatore in modo impreciso o non del tutto univoco, non rende nulla la disposizione quando dal contesto del testamento o altrimenti sia possibile determinare, in modo serio e senza possibilità di equivoci, il soggetto che il testatore ha voluto beneficiare.

Per altro, nell’interpretazione del testamento, il giudice di merito deve accertare secondo il principio generale di ermeneutica enunciato dall’art. 1362 c.c. – applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria – quale sia stata l‘effettiva volontà del testatore, comunque espressa, valutando congiuntamente e in modo coordinato l’elemento letterale e quello logico dell’atto unilaterale “mortis causa”, nel rispetto del principio di conservazione (previsto dall’art. 1367 c.c.).

In particolare, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’interpretazione del testamento è caratterizzata, rispetto a quella del contratto, da una più penetrante ricerca, al di là della mera dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua delle richiamate regole ermeneutiche, va individuata sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria, con riferimento, essenzialmente nei casi dubbi, anche – in relazione all’art. 1368 c.c. – ad elementi estrinseci alla scheda, come la cultura, la mentalità e l’ambiente di vita del testatore, con la conseguenza che il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato non del tutto coincidente con quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in un senso non del tutto appropriato, purché non contrastante ed antitetico, e si prestino ad esprimere, in modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius.

Cass. civ., Sez. II, 28 luglio 2020, n. 16079

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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