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Interruzione-volontaria-gravidanza

Interruzione volontaria della gravidanza: presupposti e responsabilità medica

L’accertamento di processi patologici che possono provocare rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza laddove determini nella gestante un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica. Il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi può essere chiamato a risarcire i danni.

Una donna aveva citato in giudizio il ginecologo che l’aveva seguita durante la gravidanza, nonché la ASL presso la quale lavorava, per sentirli condannare al risarcimento dei danni che, asserivano, erano derivati dal fatto che il sanitario aveva adeguatamente informato la gestante sui rischi per il feto correlati ad un’infezione dalla medesima contratta, in modo da consentirle di interrompere la gravidanza, nonché (quanto alla sola struttura ospedaliera) all’ulteriore fatto che il parto con taglio cesareo era stato effettuato dopo un prolungato e inusuale travaglio che aveva comportato una sofferenza fetale.

L’attrice evidenziò che, avendo contratto, appunto, un’infezione, si era rivolta al medico chiedendogli se non fosse necessario o opportuno interrompere la gravidanza in relazione alla possibilità di partorire un bambino affetto da gravi malformazioni e che il professionista l’aveva rassicurata, escludendo categoricamente l’esistenza di rischi e affermando, comunque, l’impossibilità di ricorrere all’aborto terapeutico, dato che erano decorsi i termini di cui alla L. n. 194 del 1978 e che non erano emerse malformazioni del feto; tuttavia, dopo un travaglio protrattosi per ben ventiquattro ore, l’attrice aveva dato alla luce il figlio, che presentava gravissime lesioni cerebrali conseguenti a calcificazioni nervose.

Tuttavia, sia il giudice di primo grado che la Corte d’appello avevano rigettato le istanze della donna, rilevando che è onere della parte che lamenti il mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza allegare e dimostrare l’esistenza delle condizioni legittimanti tale interruzione ai sensi della L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), ovvero che la conoscibilità dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la salute fisica o psichica della donna.

La Corte d’Appello aveva fatto notare che il tribunale ha dato rilievo all’assenza di anomalie o malformazioni, seppur prevedibili con un certo grado di probabilità statistica, fino alla 28° settimana di gestazione, quando il neonato aveva già acquisito vita autonoma; pertanto, mancava la certezza di un danno rilevante ed attuale per il feto, manifestatosi solo quando non era più possibile praticare l’aborto, perché il feto godeva già di vita autonoma.

Di parere opposto la Corte di Cassazione, che ha invece accolto il gravame presentato dalla madre.

I giudici hanno preso le mosse dalla premessa in base alla quale la L. n. 194 del 1978, art. 6, nel momento in cui fa riferimento ai processi patologici che possono determinare il grave pericolo per la salute della donna, considera tali anche quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro.

Orbene, la norma della L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), prevede che l’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata “quando siano accertati processi patologici (…) che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna“; l’inciso compreso tra le due virgole (“tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del feto”) vale a specificare che tra i processi patologici da considerare sono compresi anche quelli attinenti a rilevanti anomalie o malformazioni del feto.

Il legislatore ha dunque posto l’accento sull’esistenza di un “processo patologico” (che può anche non essere attinente ad anomalie o malformazioni fetali) e sul fatto che lo stesso possa cagionare un grave pericolo per la salute della donna.

Per tanto, chiosa la Corte, l’accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, ai sensi della L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), laddove determini nella gestante – che sia stata compiutamente informata dei rischi – un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica, da accertarsi in concreto e caso per caso, e ciò a prescindere dalla circostanza che l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata,

Il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza alla quale la donna dimostri che sarebbe ricorsa a fronte di un grave pregiudizio per la sua salute fisica o psichica.

Cass. civ., Sez. III, 15 gennaio 2021, n. 653

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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