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Lavoro-mobbing-persecutorio

Lavoro: il dipendente vittima di mobbing deve provare l’intento persecutorio

Ai fini della configurabilità del mobbing l’elemento qualificante, che deve essere provato da chi assume di aver subito la condotta vessatoria, va ricercato non nell’illegittimità dei singoli atti, bensì dell’intento persecutorio che li unifica.


Queste le conclusioni cui è giunto il giudice del lavoro in una vicenda che aveva preso le mosse dalla richiesta di risarcimento danni presentata da un dipendente nei confronti della società presso la quale lavorava. Nella specie, il ricorrente si doleva di esser stato oggetto di una condotta di mobbing, o in subordine di straining, che gli aveva procurato un’invalidità permanente nella misura del 15%.

Il tribunale ha tuttavia ritenuto doversi respingere l’istanza del dipendente, non avendo quest’ultimo fornito i necessari elementi di prova.

In tal senso, la giurisprudenza da tempo ha chiarito che ai fini della configurabilità del mobbing l’elemento qualificante, che deve essere provato da chi assume di aver subito la condotta vessatoria, va ricercato non nell’illegittimità dei singoli atti, bensì dell’intento persecutorio che li unifica.

Per altro, nonostante lo straining sia integrato in assenza di intento persecutorio, comunque il ricorrente deve provare la sussistenza del danno, la nocività dell’ambiente lavorativo e il nesso causale tra le due.

Ai sensi dell’art. 2087 c.c., norma di chiusura del sistema antinfortunistico e suscettibile di interpretazione estensiva in ragione sia del rilievo costituzionale del diritto alla salute sia dei principi di correttezza e buona fede cui deve ispirarsi lo svolgimento del rapporto di lavoro, il datore è tenuto ad astenersi da iniziative che possano ledere i diritti fondamentali del dipendente mediante l’adozione di condizioni lavorative “stressogene” (cd. “straining”), e a tal fine il giudice del merito, pur se accerti l’insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare gli episodi in modo da potersi configurare una condotta di “mobbing”, è tenuto a valutare se, dagli elementi dedotti – per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto – possa presuntivamente risalirsi al fatto ignoto dell’esistenza di questo più tenue danno.

Trib. Velletri, Sez. Lav., 11 febbraio 2020, n. 252

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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