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Lavoro e trasferimento di ramo d’azienda: qual è la natura dei crediti vantati dai dipendenti?

I crediti dei dipendenti hanno natura retributiva, con la conseguente indetraibilità di quanto percepito dai medesimi a titolo di retribuzione per l’attività prestata alle dipendenze della società, già cessionaria del ramo d’azienda.


La vicenda aveva visto due lavoratori citare in giudizio l’azienda della quale erano dipendenti, prima d’esser licenziati, perché fosse condannata al pagamento delle retribuzioni loro spettanti sulla base dell’illegittimità sia del licenziamento che del trasferimento del ramo di azienda della società convenuta.

Orbene, sia il tribunale che la Corte d’Appello si erano trovati in accordo nel condannare l’azienda sia alla reintegrazione dei lavoratori che alla corresponsione in loro favore delle retribuzioni dovute.

Giunta la questione innanzi alla Corte di Cassazione, questa ha ancora una volta ribadito quanto deciso dalle corti di merito, rigettando il gravame dalla società proposto.

Interessanti sono le puntualizzazioni concernenti, per un verso, la natura dei crediti vantati dai lavoratori e, per altro verso, la legittimità del trasferimento di un ramo d’azienda, fornite dagli ermellini.

Quanto alla prima questione, relativa alla natura, se retributiva ovvero risarcitoria, dei crediti dei dipendenti, a titolo di emolumenti loro dovuti per effetto del mancato ripristino del rapporto da parte della società predetta con decorrenza dalla messa in mora da parte dei lavoratori medesimi, la Corte si è orientata nel senso della natura retributiva e non più risarcitoria, con la conseguente indetraibilità di quanto percepito dai lavoratori a titolo di retribuzione per l’attività prestata alle dipendenze della predetta società, già cessionaria del ramo d’azienda.

Sicché, essa ha ritenuto che, in caso di cessione di ramo d’azienda, ove su domanda del lavoratore ceduto venga giudizialmente accertato che non ricorrono i presupposti di cui all’art. 2112 c.c., il pagamento delle retribuzioni da parte del cessionario, che abbia utilizzato la prestazione del lavoratore successivamente a detto accertamento ed alla messa a disposizione delle energie lavorative in favore dell’alienante da parte del lavoratore, non produca effetto estintivo, in tutto o in parte, dell’obbligazione retributiva gravante sul cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa.

Per altro, solo un legittimo trasferimento d’azienda comporta la continuità di un rapporto di lavoro che resta unico ed immutato, nei suoi elementi oggettivi, esclusivamente nella misura in cui ricorrano i presupposti di cui all’art. 2112 c.c., che, in deroga all’art. 1406 c.c., consente la sostituzione del contraente senza consenso del ceduto; essendo evidente sia che l’unicità del rapporto venga meno, qualora il trasferimento sia dichiarato invalido, stante l’instaurazione di un diverso e nuovo rapporto di lavoro con il soggetto (già, e non più, cessionario) alle cui dipendenze il lavoratore continui di fatto a lavorare sia che l’unicità del rapporto presupponga la legittimità della vicenda traslativa regolata dall’art. 2112 c.c.

Sicché, accertatane l’invalidità, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente.

Pertanto, il trasferimento del medesimo rapporto si determina solo quando si perfeziona una fattispecie traslativa conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), quel rapporto di lavoro non si trasferisce e resta nella titolarità dell’originario cedente.

Cass. civ., Sez. Lav., 28 aprile 2020, n. 8262/o.

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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