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Leasing traslativo e diritto ai canoni scaduti o non ancora maturati

Leasing traslativo: è valida ed efficace la clausola la quale stabilisca che, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, spettino al concedente i canoni già scaduti e i canoni ancora non maturati, scontati al momento della risoluzione del contratto, previa detrazione del valore di mercato del bene oggetto del contratto al momento della risoluzione.

Queste le conclusioni della Corte di Cassazione all’esito di una vicenda che aveva preso le mosse da un contratto di lease back stipulato tra due società, avente ad oggetto un immobile.


Orbene, sorvolando sulle intricate vicende che hanno reso alquanto complessa l’intera questione, conta evidenziare il ragionamento seguito dai giudici di legittimità per dirimere la medesima.


La Corte ha infatti ricordato che la validità del patto con cui si attribuisce al concedente, in caso di inadempimento dell’utilizzatore, di pretendere i canoni scaduti e quelli non ancora scaduti, previa detrazione del valore ricavato dalla vendita del bene oggetto del leasing, è stata ammessa dalla giurisprudenza di legittimità.


In particolare, non è inibito alle parti del contratto di leasing prevedere che i canoni scaduti restino acquisiti al concedente, ai sensi dell’art. 1526 c.c. comma 2; non è inibito alle parti del contratto di leasing prevedere che i canoni ancora da scadere siano dovuti al concedente a titolo di penale, ex art. 1382 c.c.


L’unica cautela necessaria è che, in questi casi, è onere del concedente, nell’esigere il proprio credito verso l’utilizzatore, indicare la somma ricavata dalla diversa allocazione del bene oggetto del contratto ovvero, in mancanza, allegare una stima attendibile del relativo valore di mercato all’attualità, onde consentire al giudice di apprezzare l’eventuale manifesta eccessività della penale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1526 c.c. comma 2


Simili patti costituiscono espressione di una razionalità propria della realtà socio-economica; sono sorti nella pratica commerciale, e il legislatore li ha anche recepiti nella L. n. 124 del 2017.


I patti in questione, dunque, non solo non violano – al contrario di quanto sostenuto dalle ricorrenti – ma anzi ripristinano l’ordine pubblico economico, infranto dall’inadempimento dell’utilizzatore. L’espressione ordine pubblico economico, invero non utilizzata dal legislatore, ma spesso utilizzata dalla Cassazione è convenzionalmente impiegata per designare il complesso delle norme, dei principi e degli istituti intesi a garantire il corretto svolgimento dei rapporti tra privati in materia economica.


Sono stati ritenuti contrari all’ordine pubblico economico, ad esempio, patti stipulati al fine di aggirare la normativa antimafia o la libera concorrenza o i contratti stipulati con lo Stato concepiti per recar danno all’erario.


Per altro, il patto di cui si discute consente al concedente di trattenere i canoni incassati, previsione conforme all’art. 1526 c.c., comma 2, nonché di pretendere, a titolo di risarcimento, i canoni ancora dovuti, in conformità a quanto disposto dall’art. 1382 c.c., salva ovviamente la possibilità di riduzione in sede giudiziale.


Infine, vieta al concedente di acquisire, oltre l’intero importo del finanziamento, anche il valore del bene oggetto del contratto: e questa previsione impedisce che il concedente possa ricavare dall’inadempimento del contratto un vantaggio addirittura maggiore rispetto a quello scaturente dalla regolare esecuzione di esso.


Cass. civ., Sez. III, 14 ottobre 2021, n. 28022


Redazione A-I.it Avvocati Associati

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