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Licenziamento: superamento del periodo di comporto e tempestività della comunicazione

Per effettuare un licenziamento per superamento del periodo di comporto, è indispensabile la tempestività della comunicazione.


La vicenda de qua aveva visto un dipendente impugnare il licenziamento a lui intimato per avvenuto superamento del periodo di comporto, ritenendolo illegittimo.

Orbene, il tribunale, nel respingere il ricorso del dipendente, ha evidenziato, innanzitutto, che, in tema di licenziamento per superamento del periodo di comporto la giurisprudenza di legittimità ritiene che il comportamento del datore di lavoro debba essere tale da non ingenerare nel lavoratore l’affidamento circa la prosecuzione del rapporto di lavoro e che pertanto allo scadere del periodo di conservazione del posto di lavoro debba essere tempestivamente adottato e comunicato il provvedimento espulsivo.

Ove ciò non avvenga il licenziamento è ritenuto illegittimo in quanto il comportamento del datore di lavoro che, al termine del periodo di comporto, si traduca in una prolungata inerzia, risulta sintomatico della volontà di rinuncia al potere di licenziamento o tale da ingenerare un corrispondente incolpevole affidamento da parte del dipendente circa la prosecuzione del rapporto.

Il dipendente aveva per altro lamentato la tardività della contestazione di superamento del periodo di comporto. Anche tale doglianza è stata ritenuta priva di fondamento dal giudice.

Tralasciando il merito, il tribunale ha infatti ricordato che l’abuso del diritto nel campo delle obbligazioni e del rapporto di lavoro in particolare si avrebbe quando la condotta del datore di lavoro, nell’esercizio di un proprio diritto, pur se lecita nella sua obiettività, si esplicita attraverso l’uso abnorme delle relative facoltà e verso un fine diverso da quello tutelato dalla norma, assumendo quindi carattere di illiceità.

La questione in ordine alla tardività della contestazione deve essere correttamente ricondotta alla necessità di verificare la rispondenza dell’atto di esercizio del diritto di recesso, e non già dell’inerzia che lo ha preceduto, alla funzione per la quale la facultas agendi è attribuita e tutelata dall’ordinamento. Con la conseguenza che, solo ove la condotta del datore di lavoro, che abbia intimato il recesso successivamente alla consumazione del comporto, valichi il sopra indicato limite interno, alterando la funzione stessa dell’istituto al di là dei confini assegnati alla prerogativa, si avrà quella forma di eccesso dal diritto che finisce per integrare un illecito ex art. 1345 c.c.

Per altro, il decorso di un certo lasso temporale tra il termine del periodo di comporto e l’atto di licenziamento, intercorso al fine di verificare l’esito della malattia, non è contrario a buona fede. A differenza che nel licenziamento per motivi disciplinari ove la tempestività è funzionale a garantire la difesa del lavoratore incolpato, nel licenziamento per superamento del periodo di comporto può essere riconosciuto al datore di lavoro un termine per effettuare valutazioni in attesa del rientro al lavoro del prestatore di lavoro.

Soltanto, a seguito del rientro al lavoro dopo il termine del periodo di comporto, l’inerzia datoriale nel disporre l’atto di licenziamento può essere indice di rinuncia a esercitare tale potere.

Chiosa il giudice ricordando che in tema di licenziamento per superamento del periodo di comporto, fermo restando il potere datoriale di recedere non appena terminato il periodo suddetto, e, quindi, anche prima del rientro del prestatore, nondimeno il datore di lavoro ha altresì la facoltà di attendere tale rientro per sperimentare in concreto se residuino o meno margini di riutilizzo del dipendente all’interno dell’assetto organizzativo, se del caso mutato, dell’azienda. Ne deriva che solo a decorrere dal rientro in servizio del lavoratore, l’eventuale prolungata inerzia datoriale nel recedere dal rapporto può essere oggettivamente sintomatica della volontà di rinuncia del potere di licenziamento per giustificato motivo oggettivo e, quindi, ingenerare un corrispondente incolpevole affidamento da parte del dipendente.

Trib. Milano, Sez. Lav., 18 febbraio 2020, n. 391

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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