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Qual è la finalità del provvedimento di collocamento del minore presso i Servizi Sociali?

Il provvedimento di collocamento del minore presso i Servizi Sociali ha la evidente finalità di precostituire, ove possibile, le condizioni per il ripristino di una condivisa bigenitorialità, tutelando fin da subito il minore e dettando, a tal fine, tutte le disposizioni utili intese nell’immediatezza ad attribuire ai Servizi Sociali un ruolo di supplenza e di garanzia e a fare iniziare ai genitori un percorso terapeutico finalizzato al superamento del conflitto e alla corretta instaurazione di una relazione basata sul reciproco rispetto nella relazione con il figlio.

La vicenda, nata dalla separazione personale dei coniugi, aveva portato alla luce le problematiche dei genitori, che non riuscivano ancora ad anteporre la delusione derivante dal fallimento del progetto coppia al ruolo di coppia genitoriale in relazione all’interesse del minore, nonostante fossero trascorsi ormai molti anni dalla cessazione della loro storia. Per tanto, le permanenti conflittualità, estese anche ai reciproci nuclei familiari, avevano spinto i giudici nella direzione dell’affidamento del figlio ad entrambi i genitori, incapaci di concordare eventuali modifiche alle frequentazioni stabilite e possibili recuperi o stabilire consensualmente il luogo dove restituire il bambino, cosa che stava comportando assunzioni di comportamenti difensivi a grave rischio psicopatologico nel bambino, che reagiva dividendo la sua vita in due parti non comunicanti e che non riferiva ad un genitore quello che faceva con l’altro.


Orbene, a fronte dell’impugnazione del provvedimento di collocamento del minore, la Corte di Cassazione, esprimendosi per il rigetto, ha ricordato che l’art. 337 ter c.c., prevede la possibilità, nell’ambito dei provvedimenti che può adottare il tribunale ordinario riguardanti i figli, nella specie, nati fuori dal matrimonio, di un provvedimento di affidamento familiare, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori e che, all’attuazione di tale provvedimento, anche d’ufficio, provvederà il giudice tutelare cui copia del provvedimento viene trasmessa a cura del pubblico ministero, ciò diversamente dall’ipotesi prevista dalla L. n. 184 del 1983, art. 4, commi 3 e 4, che disciplina l’affidamento familiare del minore che sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, una misura di assistenza alla famiglia, che si trovi nella temporanea difficoltà di provvedere ai propri figli e, in tali ipotesi, nel provvedimento del tribunale per i minorenni, ove manchi il consenso dei genitori o del tutore, deve essere indicata la presumibile durata dell’affidamento, che tuttavia non può superare i 24 mesi e che è prorogabile solo se la sospensione può recare pregiudizio al minore, le modalità di esercizio dei poteri degli affidatari, i modi in cui i genitori e gli altri familiari possono mantenere i rapporti con i minori.


Il provvedimento di collocamento del minore presso i Servizi Sociali ha la evidente finalità di precostituire, ove possibile, le condizioni per il ripristino di una condivisa bigenitorialità, tutelando fin da subito il minore e dettando, a tal fine, tutte le disposizioni utili intese nell’immediatezza ad attribuire ai Servizi Sociali un ruolo di supplenza e di garanzia e a fare iniziare ai genitori un percorso terapeutico finalizzato al superamento del conflitto e alla corretta instaurazione di una relazione basata sul reciproco rispetto nella relazione con il figlio.


Ciò nell’osservanza del principio della bigenitorialità che, nell’interesse superiore del minore, va assicurato e che va inteso quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi e nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione.


E nel rispetto degli ulteriori principi stabiliti in tema di affidamento secondo cui l’affidamento “condiviso”, che comporta l’esercizio della potestà genitoriale da parte di entrambi ed una condivisione, appunto, delle decisioni di maggior importanza attinenti alla sfera personale e patrimoniale del minore, si pone non più come evenienza residuale, bensì come regola; rispetto alla quale costituisce, invece, ora eccezione la soluzione dell’affidamento esclusivo e che non può ragionevolmente ritenersi precluso l’affidamento condiviso, di per sé, dalla mera conflittualità esistente fra i coniugi, poiché tale istituto avrebbe altrimenti una applicazione, evidentemente, solo residuale, occorrendo, perché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore.


Cass. civ., Sez. I, 13 settembre 2021, n. 24637


Redazione A-I.it Avvocati Associati

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