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Pubblico impiego privatizzato: in cosa consiste il danno risarcibile?

Pubblico impiego privatizzato: il danno risarcibile, derivante dalla prestazione in violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte della P.A, consiste di norma nella perdita di chance di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore.

La vicenda in esame ha ad oggetto il pubblico impiego privatizzato e, nella specie, la reiterazione di contratti a termine.

Orbene, sulla scorta dei ricorsi di alcuni dipendenti, il tribunale aveva dichiarato l’illegittimità dei contratti a tempo determinato, condannando l’ente al risarcimento del danno. Al contrario, il giudice di secondo grado aveva ribaltato la conclusione processuale, ritenendo che la declaratoria di illegittimità dei termini apposti ai singoli contratti fosse ininfluente in quanto dalla stessa non poteva derivare, con criterio di automatismo, il diritto al risarcimento del danno, non allegato e non provato dall’originario ricorrente. Per altro, sottolineavano i giudici, il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 non prevede una sanzione civile con finalità repressive dell’abuso del contratto a termine e, pertanto, il danno che l’assunto a tempo determinato pretende di aver subito deve essere fondato quanto meno su elementi gravi, precisi e concordanti che consentano di fare ricorso alla prova presuntiva.

Di parere ancora una volta contrario a Corte di Cassazione, che ha invece accolto il gravame presentato dai dipendenti.

Nella specie, in materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicchè, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito.

Nell’impiego pubblico contrattualizzato, poiché la conversione è impedita dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 attuativo del precetto costituzionale dettato dall’art. 97 Cost., il danno risarcibile, derivante dalla prestazione in violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte della P.A, consiste di norma nella perdita di chance di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore, ai sensi dell’art. 1223 c.c.

Peraltro, poiché la prova di detto danno non sempre è agevole, è necessario fare ricorso ad un’interpretazione orientata alla compatibilità comunitaria, che secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia richiede un’adeguata reazione dell’ordinamento volta ad assicurare effettività alla tutela del lavoratore, sì che quest’ultimo non sia gravato da un onere probatorio difficile da assolvere.

Cass. civ., Sez. lav., 8 febbraio 2021, n. 2980

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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