Close
revoca-disposizione-testamentaria

La revoca della disposizione testamentaria può essere presunta?

La presunzione di revoca della disposizione testamentaria opera quando sia accertata l’integrazione dei requisiti oggettivi in relazione all’alienazione e trasformazione della cosa legata. La trasformazione può verificarsi anche in relazione a una disposizione impartita dal testatore.

La vicenda aveva preso le mosse da una successione testamentaria, nell’ambito della quale il de cuius, con il testamento pubblico, aveva istituito eredi in parti uguali i due figli, lasciando al coniuge e al terzo figlio la quota di legittima. Il testamento prevedeva che la quota di legittima di quest’ultimo avrebbe dovuto formarsi mediante distacco di una porzione dalla maggiore superficie di un fondo; in aggiunta alla quota di legittima il testatore aveva disposto in favore del coniuge dell’usufrutto di un terreno e dell’usufrutto sui mobili che arredavano la casa di abitazione del testatore.


Orbene, la questione era giunta all’attenzione della Corte di Cassazione in ragione della rinuncia all’eredità effettuata dalla moglie, rinuncia che tuttavia era stata riconosciuta inefficace dalla Corte d’Appello: i giudici avevano osservata che la medesima era intervenuta quando la chiamata aveva già tenuto una pluralità di comportamenti che integravano tacita accettazione di eredità.


Orbene, tanto brevemente premesso, e sorvolando sulle altre questioni che hanno interessato la vicenda successoria, conta evidenziare quanto ricordato in tema dai giudici id legittimità.


In particolare, per quel che concerne la revoca presunta di una disposizione testamentaria, i giudici hanno preso atto che la disposizione testamentaria, riguardante la formazione della porzione del terzo figlio, doveva intendersi revocata per effetto di successivi comportamenti del testatore. E non è stato privo di significato il raffronto, operato dalla corte di merito, con la disciplina dettata in materia di legato dall’art. 686 c.c., che deve intendersi revocato anche quando la cosa oggetto del legato sia stata trasformata dal testatore. Nella specie esistevano una pluralità di atti di disposizione, posti in essere dal de cuius nell’ampio lasso di tempo intercorso fra la formazione della scheda e l’apertura della successione, da cui risultava che il de cuius aveva dato al fondo una destinazione incompatibile con la volontà espressa nel testamento.


In effetti, la disposizione in esame è stata intesa sia dalle parti che dalla Corte d’appello quale norma impartita dal testatore ex art. 733 c.c.: c.d. assegno divisionale semplice. In questa ipotesi, tutti i beni, inclusi quelli espressamente indicati dal testatore, cadono nella comunione ereditaria, e solo in sede di formazione delle porzioni divisorie gli eredi o il giudice nella divisione giudiziale sono tenuti a rispettare le indicazioni del testatore.


Nel tentativo di attribuire al vincolo obbligatorio la sua esatta configurazione, si è fatto ricorso al concetto di legato obbligatorio o a quello di modus. Si registrano anche opinioni diverse, che qualificano la norma data dal testatore come disposizioni sui generis a contenuto normativo e preparatorio del riparto divisionale. Appare ancora oggi preferibile l’opinione secondo la quale le norme date dal testatore ai sensi dell’art. 733 c.c., devono inquadrarsi nella categoria dei legati obbligatori. Più precisamente l’assegno divisionale semplice è un legato obbligatorio a carico degli altri coeredi, i quali sono obbligati a lasciare che il bene, o la categoria di beni, indicati dal testatore, siano inclusi nella porzione ereditaria dell’onorato, anziché ripartiti fra tutti i condividenti o assegnati a sorte.


La dottrina riconosce che la norma dell’art. 686 c.c., benché sia immediatamente riferita al legato di proprietà, deve trovare applicazione anche ai legati di credito aventi ad oggetto una cosa ereditaria. La giurisprudenza ammette l’applicabilità della norma ai legati di debito e alle disposizioni a titolo particolare in genere, esclusi i legati di somme di denaro o di quantità o di cose indicate solo nel genere.


L’art. 686 c.c. prevede la presunzione di revoca non solo nel caso di alienazione, ma anche nel caso della trasformazione della cosa legata. Ex art. 686 c.c., comma 2, si ha trasformazione quando la cosa abbia perduto la precedente forma e la primitiva denominazione. Secondo la dottrina l’espressione legislativa va intesa nel senso che, per aversi presunzione di revoca, è necessario che la cosa legata abbia perso la sua individualità, anche nel senso del mutamento della sua funzione economico-sociale. Si fa l’esempio dell’edificazione di un’area fabbricabile o la trasformazione di un fondo rustico. La funzione economico-sociale deve essere valutata in relazione all’intento del testatore. Se il fondo rustico è stato legato in quanto tale, il mutamento della cultura non importerà revoca del legato; se invece è stato legato il vigneto, il mutamento della cultura importerà presunzione di revoca.


La trasformazione deve essere riconducibile alla volontà del testatore, non a cause naturali o ad opera di persona diversa dal testatore, senza mandato di costui o sua ratifica.


Quando sia accertata l’integrazione dei requisiti oggettivi posti dall’art. 686 c.c., in relazione all’alienazione e trasformazione della cosa legata, opera la presunzione di revoca. Si tratta di presunzione iuris tantum, che può essere vinta da prova contraria. L’onere di provare una tale volontà viene ad incombere su chi voglia beneficiare del legato.


Non sembrano esserci ragioni per dubitare che l’ipotesi della trasformazione, così intesa, possa verificarsi anche in relazione a una disposizione impartita dal testatore ai sensi dell’art. 733 c.c.; sempre che la trasformazione sia riconducibile alla volontà del testatore, di essa occorre tenere conto.

Cass. civ., Sez. II, 8 ottobre 2021, n. 27377


Redazione A-I.it Avvocati Associati

Read in this month : 3

Condividi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *