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Vita privata, divieto di pubblicazione e diritto all’immagine

Dall’espressa volontà di vietare la pubblicazione di foto relative alla propria vita privata, riferibili ad un soggetto molto conosciuto, non discende l’abbandono del diritto all’immagine che ben può essere esercitato, per un verso, mediante la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinate fotografie, e per altro verso, mediante la scelta di non sfruttare economicamente i propri dati personali, perché lo sfruttamento può risultare lesivo, in prospettiva, del bene protetto.

Un attore aveva citato in giudizio un noto gruppo editoriale nonché il relativo direttore responsabile di un periodico, chiedendo che fosse accertata la violazione del diritto all’immagine dell’attore, ritratto in atteggiamenti intimi con la sua compagna, nonché la violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196.

Il giudice, accertata l’illiceità della pubblicazione, condannava i convenuti in solido al pagamento della somma in favore dell’attore, disponendo altresì la pubblicazione della sentenza sul periodico entra trenta giorni dalla notifica della decisione, e con caratteri di stampa doppi rispetto a quelli comunemente usati per gli articoli.

La Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, aveva poi ridotto la condanna degli originari convenuti.

La Corte aveva, sì, ritenuto, per un verso, sussistente la violazione del diritto alla ed integrata, quindi, la violazione dell’art. 8 della CEDU, art. 14 Cost., art. 615 bis c.p., non scriminata dall’esimente del diritto di cronaca (art. 10 CEDU, art. 21 Cost.) ma aveva per altro verso reputato eccessiva la quantificazione del danno operata dal Tribunale, comprensiva anche del danno patrimoniale non provato dall’attore.

Quest’ultimo, invero, aveva espressamente escluso il consenso alla pubblicazione di immagini della propria vita privata; di talché, negandosi la stessa possibilità dello sfruttamento economico di tali immagini, sarebbe stato non configurabile un danno patrimoniale.

Per altro, poiché la lesione era durata solo alcuni giorni, e il grado di intrusività non era particolarmente elevato, anche il risarcimento del danno non patrimoniale doveva, a giudizio della Corte territoriale, ritenersi eccessivo.

A conclusioni dissimili è giunta invece la Corte la Cassazione, che ha accolto il gravame presentato dall’attore.

In primo luogo, i giudici hanno sottolineato che dall’espressa volontà di vietare la pubblicazione di foto relative alla propria vita privata, riferita ad un soggetto molto conosciuto, non discende l’abbandono del diritto all’immagine che ben può essere esercitato, per un verso, mediante la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinate fotografie, senza che ciò comporti alcun effetto ablativo e, per altro verso, mediante la scelta di non sfruttare economicamente i propri dati personali, perché lo sfruttamento può risultare lesivo, in prospettiva, del bene protetto. Ne consegue che, nell’ipotesi di plurime violazioni di legge dovute alla pubblicazione e divulgazione di fotografie in dispregio del divieto, non può escludersi il diritto al risarcimento del danno patrimoniale, che ben può essere determinato in via equitativa.

Cass. civ., Sez. I, 16 giugno 2021, n. 17217

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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