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L’assegno familiare

È discriminatorio il rifiuto dell’I.N.P.S. di concedere l’assegno per nucleo familiare al richiedente sul presupposto che coniuge e prole non siano residenti in Italia, dovendosi invece computare nel nucleo familiare anche il coniuge ed i figli residenti all’estero.

Così ha statuito il tribunale all’esito di una vicenda che aveva preso le mosse dall’impugnazione da parte di un cittadino straniero del rigetto, da parte dell’INPS, della domanda volta ad ottenere l’assegno al nucleo familiare per la famiglia composta da moglie e due figli residenti nello stato d’origine, Sri Lanka.

Il giudice ha innanzitutto ricordato che, ai sensi dell’art. 2 comma 6 del D.L. 691/1988 (convertito in L. 153/1988) il nucleo familiare é composto dai coniugi, con esclusione del coniuge legalmente ed effettivamente separato, e dai figli ed equiparati, ai sensi dell’articolo 38 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1957, n. 818, di età inferiore a 18 anni compiuti ovvero, senza limite di età, qualora si trovino, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, nell’assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad un proficuo lavoro.

Il successivo comma 6 bis del medesimo art. 2 stabilisce che “Non fanno parte del nucleo familiare di cui al comma 6 il coniuge ed i figli ed equiparati di cittadino straniero che non abbiamo la residenza nel territorio della Repubblica, salva che dallo Stato di cui lo straniero é cittadino sia riservato un trattamento di reciprocità nei confronti dei cittadini italiani ovvero sia stato stipulata convezione internazionale in materia di trattamento di famiglia. L’accertamento degli Stati nei quali vige il principio di reciprocità è effettuato dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sentito il Ministro degli affari esteri.

Risulta dunque evidente che il regime dell’assegno di cui sopra, per quanto riguarda i familiari residenti all’estero, é diverso per gli italiani e per gli stranieri (comunitari o non comunitari) ed é meno favorevole per questi ultimi, i quali, a differenza dei primi, non possono percepire l’assegno nel caso in cui il loro familiare, benché rientrante tra quelli di cui all’art. 2 comma 6 cit., risieda all’estero.

Occorre quindi valutare se tale disparità di trattamento sia compatibile con le norme comunitarie che, per alcune categorie di stranieri, impongono invece la parità di trattamento rispetto ai cittadini dello stato membro.

Orbene, sorvolando sul complesso ragionamento che ha condotto il giudice a trarre simili conclusioni, si evidenzia che, come il tribunale ha sottolineato, l’articolo 11, paragrafo 1, lettera d), della direttiva 2003/109/UE del Consiglio, del 25 novembre 2003, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa di uno Stato membro in forza della quale, ai fini della determinazione dei diritti a una prestazione di sicurezza sociale, non vengono presi in considerazione i familiari del soggiorno di lungo periodo, ai sensi dell’articolo 2, lettera b), di detta direttiva, che risiedono non già nel territorio di tale Stato membro, bensì in un paese terzo, mentre vengono presi in considerazione i familiari del cittadino di detto Stato membro residenti in un paese terzo, qualora tale Stato membro non abbia espresso, in sede di recepimento di detta direttiva nel diritto nazionale, la propria intenzione di avvalersi della deroga alla parità di trattamento consentita dall’articolo 11, paragrafo 2, della medesima direttiva.

Non residua più alcun dubbio sulla piena spettanza della prestazione richiesta dal ricorrente anche in relazione ai familiari residenti all’estero, così come previsto anche per i cittadini italiani.

Trib. Alessandria, Sez. Lav., 20 gennaio 2021

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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