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L’attività di rivendita dei farmaci

L’attività di rivendita dei farmaci ha quali principali finalità assicurare l’accesso dei cittadini ai prodotti medicinali e garantire la tutela del diritto alla salute.

Nella vicenda in commento, un farmacista, quale aggiudicatario della concessione cinquantennale di una farmacia comunale a seguito di procedura ad evidenza pubblica, si doleva del ritardo nel rilascio della prescritta autorizzazione all’esercizio.

Il giudice amministrativo aveva tuttavia giudicato improcedibile il ricorso sulla scorta della sopravvenienza della L.R. 1°dicembre 2010, n. 15, di abrogazione della previgente normativa in applicazione della quale era stata soppressa la sede farmaceutica de qua, in quanto non ancora attivata alla data della sua entrata in vigore.

La vicenda giungeva dunque all’attenzione del Consiglio di Stato. Orbene, posto che i giudici hanno accolto il gravame, è interessante evidenziare quanto hanno ricordato in merito.

L’assistenza farmaceutica, ai sensi dell’art. 28, comma 1, della legge n. 833 del 1978 (di istituzione del servizio sanitario nazionale), è erogata dalle aziende sanitarie locali attraverso le farmacie, di cui sono titolari enti pubblici (comuni e aziende ospedaliere) o soggetti privati a ciò autorizzati. L’istituzione del servizio sanitario nazionale ha sancito dunque la rilevanza sociale del servizio di distribuzione dei farmaci, svolto attraverso le farmacie pubbliche o private.

Il servizio farmaceutico era stato già disciplinato dalla legge n. 475 del 2 aprile 1968, per la quale ogni comune deve avere un numero di farmacie adeguato e ben distribuito sul territorio, anche per garantirne l’accessibilità ai cittadini residenti in aree scarsamente abitate (artt. 1 e 2 ). A tale scopo, l’art. 9 ha stabilito che la titolarità delle farmacie che si rendono vacanti e di quelle di nuova istituzione a seguito della revisione della pianta organica può essere assunta per la metà dal Comune.

Una volta ammessa la possibilità di affidare in concessione il servizio con procedura ad evidenza pubblica, occorre mediare tra i persistenti profili di tutela sociale e quelli di natura più squisitamente concorrenziali a garanzia delle esigenze imprenditoriali del privato aggiudicatario.

Il legislatore aveva infatti originariamente voluto privilegiare solo le forme di gestione nelle quali il Comune aveva un controllo diretto ed immediato dell’attività. La gestione da parte di terzi delle farmacie non comunali restava a sua volta possibile attraverso lo strumento dell’assegnazione (con autorizzazione) di una sede farmaceutica. In tale ottica, fra le forme di gestione nominativamente individuate dall’art. 9 della l. n. 475/1968, come novellato dalla l. n. 362/1991, non era stato previsto l’affidamento in concessione a terzi.

Col tempo si è tuttavia posta l’esigenza di verificare la coerenza del sistema speciale regolante le possibili forme di gestione delle farmacie comunali, mai abrogato, con la disciplina generale dei servizi pubblici, via via adeguata alle disposizioni e ai principi comunitari. Il legislatore ha al riguardo più volte ribadito tale specialità del servizio pubblico farmaceutico e la conseguente sua non automatica assoggettabilità alle regole dettate per i servizi pubblici di rilevanza economica. Ciò in quanto l’attività di rivendita dei farmaci è volta ad assicurare l’accesso dei cittadini ai prodotti medicinali e, in tal senso, a garantire la tutela del fondamentale diritto alla salute, restando solo marginale, sotto questo profilo sia il carattere professionale, sia l’indubbia natura commerciale dell’attività del farmacista.

Cons. Stato, Sez. III, 22 novembre 2018, n. 6604

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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