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Convivenza more uxorio e indebito arricchimento

Convivenza more uxorio: è configurabile un indebito arricchimento, nel caso in cui le prestazioni rese da un convivente e convertite a vantaggio dell’altro esulano dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza.


La singolare vicenda aveva visto l’ormai ex convivente citare in giudizio la compagna per vedersi riconoscere quanto da lui investito a vantaggio della convenuta. Sia il tribunale che il giudice di secondo grado avevano sposato le conclusioni dell’attore, condannando l’ex compagna. Quest’ultima, dunque, decideva di portare la questione innanzi la Corte di Cassazione, che, tuttavia, ha rigettato il gravame.

Sorvolando sul merito della questione, è interessante evidenziare le conclusioni cui gli ermellini sono giunti.

Posto che già il giudice di primo grado aveva correttamente qualificato l’azione dell’attore come azione generale di indebito arricchimento, la Cassazione ha ricordato che la sua proponibilità, in relazione al requisito di sussidiarietà di cui all’art. 2042 c.c., postula semplicemente che non sia prevista nell’ordinamento giuridico altra azione tipica a tutela di colui che lamenti il depauperamento, ovvero che la domanda sia stata respinta sotto il profilo della carenza ab origine dell’azione proposta, per difetto del titolo posto a suo fondamento.

L’azione generale di arricchimento ingiustificato costituisce un’azione autonoma, per diversità della causa petendi, rispetto alle azioni fondate su titolo negoziale ed ha natura sussidiaria, potendo essere esercitata solo quando manchi un titolo specifico sul quale possa essere fondato un diritto di credito.

Per altro, un’attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio configura l’adempimento di un’obbligazione naturale a condizione che la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens. L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale.

E’, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza.

Cass., 3 febbraio 2020, n. 2392

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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