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Dispositivi-Protezione-Individuale

I Dispositivi di Protezione Individuale

La nozione legale di Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) va riferita a qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore.

La sentenza della Corte di Cassazione in esame è interessante poiché fornisce una serie di precisazioni di rilievo per quel che concerne la sicurezza dei dipendenti sul luogo di lavoro. il decisum è stato occasionato dalla citazione in giudizio da parte di un operatore ecologico dell’impresa presso la quale il medesimo era impiegato: il primo chiedeva che la convenuta fosse condannata al pagamento in suo favore del risarcimento dei danni da inadempimento di manutenzione dei dispositivi di protezione individuale (D.P.I.).

I giudici di merito si erano assestati su posizioni differenti poiché mentre il giudice di primo grado aveva accolto l’istanza dell’attore, al contrario la Corte d’Appello aveva accolto il gravame presentato dal datore di lavoro.

Orbene, la Corte di Cassazione, innanzi alla quale la questione era giunta sulla scorta del ricorso del dipendente, dopo aver ricordato quanto disposto dal D.lgs. n. 626/1994 nonché dal D.P.R. n. 547/1955, ha del pari ricordato che, secondo la giurisprudenza di legittimità, i D.P.I. coincidono con le attrezzature formalmente qualificate come tali in ragione della conformità a specifiche caratteristiche tecniche di realizzazione e commercializzazione.

Quanto disposto dall’art. 40, d.lgs. n. 626/1994, che fa riferimento a “qualsiasi attrezzatura” nonché ad “ogni complemento o accessorio” destinati al fine di proteggere il lavoratore “contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza e la salute durante il lavoro”, deve essere intesa nella più ampia latitudine proprio in ragione della finalizzazione a tutela del bene primario della salute e dell’ampiezza della protezione garantita dall’ordinamento attraverso non solo disposizioni che pongono specifici obblighi di prevenzione e protezione a carico del datore di lavoro, ma anche attraverso la norma di chiusura di cui all’art. 2087 c.c.

Del resto, più recentemente, il D.lgs. n. 81/2008 contiene nell’allegato VIII un “Elenco” espressamente definito “indicativo e non esauriente delle attrezzature di protezione individuale”, che costituisce la conferma del contenuto necessariamente aperto della categoria dei mezzi di protezione.

La categoria dei D.P.I. deve essere quindi definita in ragione della concreta finalizzazione delle attrezzature, degli indumenti e dei complementi o accessori alla protezione del lavoratore dai rischi per la salute e la sicurezza esistenti nelle lavorazioni svolte, a prescindere dalla espressa qualificazione in tal senso da parte del documento di valutazione dei rischi e dagli obblighi di fornitura e manutenzione contemplati nel contratto collettivo.

Va precisato che l’art. 40 cit. distingue tra ciò che integra un D.P.I. e ciò che non è tale; in particolare, si esclude che costituiscano D.P.I. “gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore”, vale a dire gli indumenti che in nessun modo sono correlati alla finalità di protezione da un rischio per la salute, e che assolvono unicamente alla funzione di uniforme aziendale o di preservare gli abiti civili.

Ad ogni modo, gli ermellini, nell’accogliere il ricorso hanno precisato che la nozione legale di Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) non deve essere intesa come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate, ma, in conformità alla giurisprudenza di legittimità, va riferita a qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, in conformità con l’art. 2087 c.c., norma di chiusura del sistema di prevenzione degli infortuni e malattie professionali, suscettibile di interpretazione estensiva in ragione sia del rilievo costituzionale del diritto alla salute sia dei principi di correttezza e buona fede cui deve ispirarsi lo svolgimento del rapporto di lavoro. Nella medesima ottica il datore di lavoro è tenuto a fornire i suddetti indumenti ai dipendenti e a garantirne l’idoneità a prevenire l’insorgenza e il diffondersi di infezioni provvedendo al relativo lavaggio, che è indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza e che, pertanto, rientra tra le misure necessarie “per la sicurezza e la salute dei lavoratori” che il datore di lavoro è tenuto a adottare ai sensi dell’art. 4, co. , D.lgs. n. 626/1994 e dell’art. 15, D.lgs. n. 81/2008.

Cass., Sez. Lav., 21 giugno 2019, n. 16749

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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