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Google: diritto all’oblio

I gestori dei motori di ricerca sono obbligati ad accogliere le richieste di deindicizzazione dei dati sensibili su richiesta dell’interessato in attuazione del diritto all’oblio, limitatamente alle sole versioni dei motori riferibili agli Stati dell’UE.

Questo in breve il contenuto dell’importante sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea interrogata circa l’interpretazione della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. La domanda era stata presentata nell’ambito di una controversia tra la società Google e la Commission nationale de l’informatique et des libertés (CNIL) relativamente a una sanzione di 100.000 euro, da quest’ultima irrogata nei confronti di Google, sulla base di un rifiuto da parte di tale società, conseguente ad una domanda di deindicizzazione, di applicare la medesima su tutte le estensioni del nome di dominio del suo motore di ricerca.

L’intervento di Google si era infatti circoscritto alla soppressione dei link dai soli risultati visualizzati in esito a ricerche effettuate in uno Stato membro; in effetti, l’azienda aveva fatto notare, non ci sarebbe un obbligo ricadente sul primo. L’azienda ha poi chiesto al Consiglio di Stato di annullare la decisione ritenendo che il diritto alla deindicizzazione non comporti necessariamente che i link controversi debbano essere soppressi, senza limitazioni geografiche, in tutti i nomi di dominio del suo motore di ricerca.

Orbene, la questione è stata risolta dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, secondo la quale i gestori dei motori di ricerca sono obbligati ex artt. 8 direttiva 95/46/Ce, 9 e 10 Regolamento 2016/679/Ue (GDPR) ad accogliere le richieste di deindicizzazione dei dati sensibili (giudiziari, opinioni politiche, religiose, vita sessuale etc.) su richiesta dell’interessato, previo equo bilanciamento con i diritti e libertà degli internauti e salvo le eccezioni previste dalla Direttiva di cui sopra e dal GDPR. Tale onere attua il diritto all’oblio ed è limitato alle sole versioni dei motori riferibili agli Stati dell’UE, non a tutte quelle, a livello mondiale, del dominio dei gestori.

In effetti, i giudici hanno rilevato che molti Stati terzi non riconoscono il diritto alla deindicizzazione. Del resto la tematica della protezione dei dati personali, e i conseguenti diritti che ne derivano in termini di tutela alla loro protezione, non prevale automaticamente su qualsiasi altra situazione meritevole di tutela: si tratta di un diritto che va comunque esaminato in ragione della funzione sociale dal medesimo svolta e va necessariamente contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità.

Da ciò la Corte, nell’interpretazione della normativa alla sua attenzione sottoposta, ha desunto che, invero, il legislatore europeo non ha proceduto ad effettuare tale bilanciamento in relazione alla portata di una deindicizzazione al di fuori dell’Unione; del pari, non ha ritenuto doversi attribuire ai singoli una tutela in tal senso che sconfini oltre il territorio degli Stati membri.

Per tale ragione, dunque, ad oggi manca un obbligo ricadente in capo al gestore di un motore di ricerca di deindicizzare su tutte le versioni del suo motore, anche dopo aver accolto una richiesta dell’interessato in tal senso ed anche dopo esser stato eventualmente destinatario di un’ingiunzione di un’autorità di controllo o giudiziaria.

Il gestore, come prima anticipato, è infatti obbligato ad effettuare la suddetta deindicizzazione solo nelle versioni del suo motore di ricerca corrispondenti a tutti gli Stati membri e ad adottare misure sufficientemente efficaci per garantire una tutela effettiva dei diritti fondamentali della persona interessata.

Corte giustizia UE, grande sezione, 24 settembre 2019, n.134

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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