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Lavoro: comunicazione del sinistro

In quanto dichiarazione recettizia, la raccomandata con cui viene denunciato un sinistro al responsabile può essere inviata anche presso la sede lavorativa non essendo necessario che sia ivi prevista una struttura organizzativa di smistamento della corrispondenza.

La vicenda che ha dato luogo alla sentenza della Cassazione aveva visto una donna che, dopo aver subito un danno alla propria persona, aveva citato in giudizio lo stabilimento balneare presso il quale il sinistro si era verificato, chiedendo che fosse riconosciuto il suo diritto al risarcimento del danno.

Orbene, sia il giudice di primo grado che la Corte d’Appello avevano accolto le ragioni della donna, motivo per cui la questione giungeva all’attenzione degli ermellini.

Tra gli altri motivi, la società ricorrente della falsa applicazione dell’art. 1335 c.c., laddove dai giudici di merito è stato erroneamente ritenuto che la consegna di una raccomandata presso lo stabilimento, all’epoca sottoposto a sequestro preventivo penale e sede di un’attività stagionale della società, integrassi prova dell’avvenuta conoscenza del sinistro da denunciare alla compagnia assicuratrice.

La Corte di Cassazione ha però disatteso tale doglianza.

La dichiarazione recettizia, ai sensi dell’art. 1335 c.c., si presume conosciuta nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario, nel luogo che, per collegamento ordinario (dimora o domicilio) o per normale frequentazione per l’esplicazione della propria attività lavorativa, o per una preventiva indicazione o pattuizione, risulti in concreto pervenuta nella sfera di dominio e controllo del destinatario stesso, inteso come luogo idoneo a consentirgli la ricezione dell’atto e la possibilità di conoscenza del relativo contenuto: perché la sede di lavoro possa ritenersi “indirizzo” del destinatario ai fini della presunzione di conoscenza di cui al citato art. 1335 c.c. non è necessario che sul posto di lavoro sia prevista una struttura organizzativa aziendale per lo smistamento della corrispondenza, essendo sufficiente che da parte del datore di lavoro e della sua organizzazione non vi sia un rifiuto della corrispondenza diretta ai propri dipendenti.

Non solo. La Corte di legittimità ha fornito anche altre importanti precisazione in relazione alla nozione di attività pericolosa: questa, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2050 c.c., riguarda tutte quelle attività che, per la loro stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati, comportino una rilevante possibilità del verificarsi di un danno, dovendosi, di conseguenza accertare in concreto il requisito della pericolosità con valutazione svolta caso per caso, tenendo presente che anche un’attività per natura non pericolosa può diventarlo in ragione delle modalità con cui viene esercitata o dei mezzi impiegati per espletarla. L’indagine sul carattere pericoloso dell’attività, di ordine fattuale, deve essere svolta seguendo il criterio della “prognosi postuma”, tenendo conto delle circostanze esistenti al momento dell’esercizio dell’attività.

Di conseguenza, in tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, l’esercente risponde dei danni derivanti dal suo svolgimento, a nulla valendo che il danneggiato sia un terzo piuttosto che un proprio incaricato e che i mezzi o le opere fonte di danno siano di proprietà di terzi; per vincere la presunzione di colpa, posta a suo carico dall’art. 2050 c.c., non rileva, altresì, la semplice prova dell’imprevedibilità del danno, dovendosi, invece, dimostrare che esso non si sarebbe potuto evitare mediante l’adozione delle misure di prevenzione che le leggi dell’arte o la comune diligenza imponevano. In particolare, la presunzione di colpa a carico del danneggiante, posta dall’art. 2050 c.c., presuppone la sussistenza del nesso eziologico tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso, la cui prova è a carico del danneggiato, sicché va esclusa ove sia ignota o incerta la causa dell’evento dannoso

Questi i motivi per cui gli ermellini hanno ritenuto doversi rigettare l ricorso proposto dalla società.

Cass., 30 agosto 2019, n. 21864

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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