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Lavoro: onere probatorio in caso di mutamento mansioni

La mancanza di allegazioni del lavoratore circa l’esistenza di una posizione disponibile può corroborare il quadro probatorio circa l’impossibilità di essere adibito altrove, ma non può elidere l’onere probatorio gravate sul datore.

Nella vicenda de qua, un dipendente con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato aveva impugnato il licenziamento a lui intimato e sia il giudice di primo grado che la Corte d’Appello ne avevano in effetti confermato l’illegittimità.

Tuttavia, in un secondo momento, il datore di lavoro aveva poi nuovamente comunicato al ricorrente l’intenzione di procedere ad un nuovo licenziamento per giustificato motivo oggettivo costituito dalla impossibilità di una sua ricollocazione nel precedente luogo di lavoro.

Ancora, il giudice del lavoro accertava e dichiarava l’illegittimità del licenziamento, ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro e condannando la società al risarcimento del danno commisurato a tutte le mensilità della retribuzione globale di fatto dalla data del recesso, oltre alla regolarizzazione contributiva previdenziale ed assistenziale. Dello stesso avviso anche la Corte d’Appello successivamente adita, le cui conclusioni sono state sposate per altro anche dalla Corte di Cassazione.

È stato affermato che, in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, la verifica del requisito della “manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento” previsto dall’art. 18 St. Lav., comma 7, come novellato dalla L. n. 92 del 2012, concerne entrambi i presupposti di legittimità del recesso e, quindi, sia le ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa sia l’impossibilità di ricollocare altrove il lavoratore (cd. “repechage“), fermo l’onere della prova che grava sul datore di lavoro ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 5, la “manifesta insussistenza” va riferita ad una evidente, e facilmente verificabile sul piano probatorio, assenza dei suddetti presupposti, che consenta di apprezzare la chiara pretestuosità del recesso.

Per altro, l’insufficienza probatoria in ordine all’adempimento dell’obbligo di “repechage” non è sussumibile nell’alveo della manifesta insussistenza del fatto, contemplata dall’art. 18 St. lav., comma 7, nella formulazione, modificata dalla L. n. 92 del 2012, “ratione temporis” applicabile, che va riferita solo ad una evidente, e facilmente verificabile sul piano probatorio, assenza dei presupposti di legittimità del recesso, con la conseguenza che va applicata la tutela risarcitoria in assenza di una prova sufficiente dell’impossibilità di reperire una posizione lavorativa compatibile con la professionalità del lavoratore licenziato.

Cass., Sez. lav., 17 ottobre 2019, n. 26460

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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