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La pensione di reversibilità del figlio maggiorenne

L’inabilità al lavoro rappresenta un presupposto del diritto alla pensione di reversibilità del figlio maggiorenne, trattandosi dunque di elemento costitutivo dell’azione diretta ad ottenerne il riconoscimento.


La vicenda giudiziaria verteva sul riconoscimento della pensione di reversibilità in favore del figlio maggiorenne inabile, a seguito del decesso del genitore.

Orbene, mentre il giudice di primo grado aveva rigettato la domanda del figlio, la Corte d’Appello aveva riformato tale pronuncia sulla scorta sia del requisito dell’inabilità dell’attore e assistito che del requisito della vivenza a carico in considerazione del possesso, da parte di quest’ultimo, del solo reddito derivante dalla pensione di inabilità di cui godeva e delle condizioni reddituali per beneficiarne.

L’Inps aveva dunque proposto ricorso per Cassazione, ricorso che ha trovato accoglimento.

In particolare, gli ermellini hanno ricordato che l’accertamento del requisito della inabilità (di cui alla L. n. 222 del 1984, art. 8), richiesto ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di riversibilità ai figli superstiti del lavoratore o del pensionato, deve essere operato secondo un criterio concreto, ossia avendo riguardo al possibile impiego delle eventuali energie lavorative residue in relazione al tipo di infermità e alle generali attitudini del soggetto, in modo da verificare, anche nel caso del mancato raggiungimento di una riduzione del cento per cento della astratta capacità di lavoro, la permanenza di una capacità dello stesso di svolgere attività idonee nel quadro dell’art. 36 Cost. e tali da procurare una fonte di guadagno non simbolico.

Per altro, l’inabilità al lavoro rappresenta un presupposto del diritto alla pensione di reversibilità del figlio maggiorenne e, quindi, un elemento costitutivo dell’azione diretta ad ottenerne il riconoscimento, con la conseguenza che la sussistenza di esso deve essere accertata anche d’ufficio dal giudice.

Al contrario, la Corte d’appello ha ricavato, in via inferenziale, una presunzione di inabilità dalla titolarità della pensione di inabilità senza espletare alcun accertamento sulle residue capacità lavorative e, dunque, senza compiere alcuna verifica, in concreto, sulla permanenza o meno di una residua capacità del soggetto maggiorenne, benché titolare della pensione di inabilità, di svolgere un’attività tale da procurargli una fonte di guadagno che non fosse meramente simbolica e da farlo ritenere non totalmente inabile al lavoro.

Cass., Sez. lav., 26 novembre 2019, n. 30859

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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