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La responsabilità dei genitori per gli illeciti del figlio minore

In caso di illeciti posti in essere dal figlio minore, i genitori sono chiamati a risponderne in sede civile, allorché si ritenga che la condotta di quest’ultimo sia la manifestazione di una carenza educativa e/o di un difetto di vigilanza da parte dei primi.

La questione risolta dal tribunale traeva origine da una baruffa tra due ragazzi, al termine della quale uno dei due aveva riportato gravi danni non solo fisici, ma concernenti anche la sfera biologica. Trattandosi di minori, i genitori di quest’ultimo citavano in giudizio i genitori dell’altro ragazzo per vederli condannare all’integrale ristoro di quanto da loro richiesto a titolo di risarcimento danni.

Orbene, sorvolando sugli accertamenti compiuti in corso di giudizio, quel che qui preme sottolineare sono le conclusioni cui il giudice è giunto in tema di responsabilità dei genitori rispetto agli illeciti compiuti dai figli minori.

In termini generali, la responsabilità dei genitori, a norma dell’art. 2048 c.c., come responsabilità da culpa in educando, configura – almeno a voler attenersi ad una delle sue letture – una forma di responsabilità diretta, per fatto proprio, cioè per non aver impedito il fatto illecito dei figli minori ed imputabili (altrimenti opererebbe la norma di cui all’art. 2047 c.c. “danno cagionato dall’incapace”). L’art. 2048 c.c., in particolare, prevede, al primo comma, la responsabilità dei genitori per il danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori che abitano con essi. Pertanto, anche in caso di illeciti posti in essere dal figlio minore, i genitori sono chiamati a risponderne in sede civile, e ciò ove si ritenga che la condotta di quest’ultimo sia la manifestazione di una carenza educativa e/o di un difetto di vigilanza da parte dei primi.

Più nel dettaglio i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori con essi conviventi, in relazione a quegli atti: a) che derivano da oggettive carenze educative, caratterizzate dal mancato rispetto da parte del minore delle regole di coesistenza vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il ragazzo stesso si trovi ad operare (c.d. “responsabilità per culpa in educando”); b) che sono riconducibili ad una omessa o carente sorveglianza, quando, naturalmente, i figli non sono stati affidati alla vigilanza di terzi (c.d. “responsabilità per culpa in vigilando”).

Ciò significa che la presunzione di responsabilità per i danni causati dal figlio minore, posta a carico dei genitori, può essere vinta solo con la prova di aver adempiuto tutti i doveri ed esercitato tutti i poteri idonei ad impedire l’illecita condotta del figlio. In applicazione dell’art. 2048, co. 3, c.c., ai genitori è infatti richiesta la dimostrazione positiva di avere adempiuto correttamente all’onere educativo indicato loro dall’art. 147 c.c. (a mente del quale “il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”) – onere che non consiste nella mera indicazione di regole, conoscenze o modelli di comportamento, bensì nel fornire alla prole gli strumenti indispensabili alla costruzione di relazioni umane affettivamente significative per la migliore realizzazione della loro personalità – e di avere adeguatamente controllato che i figli abbiano assimilato l’educazione impartita loro. Per sottrarsi alla presunzione di essere, invece, incorsi nella culpa in vigilando, applicabile nel solo caso in cui i minori non siano affidati alla sorveglianza di altri, i genitori devono provare di aver posto in essere con diligenza tutti gli idonei accorgimenti volti a scongiurare il verificarsi dell’evento di danno.

Trib. Benevento, 20 maggio 2019, n.868

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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