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Responsabilità-medica-riparto onere probatorio

Responsabilità medica e riparto onere probatorio

Nei giudizi di risarcimento del danno causato da attività medica spetta al paziente provare l’esistenza del contratto e l’evento dannoso mentre a carico del medico è lasciato l’onere di provare che la prestazione professionale sia stata eseguita secondo la migliore scienza ed esperienza medica e che l’evento infausto sia stato determinato da un evento imprevisto e imprevedibile.

Una donna aveva citato in giudizio i due ginecologi che avevano seguito la sua gravidanza per vederli condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali scaturenti dalle conseguenze lesive di un intervento di taglio cesareo nonché dell’omessa tempestiva diagnosi di una patologia della quale l’attrice era affetta.

Orbene, il giudice, che nella specie ha ritenuto doversi rigettare la domanda della donna, ha fornito importanti puntualizzazioni sul riparto dell’onere della prova in tema di responsabilità medica.

E’ ormai pacifico, infatti, che spetta al paziente provare l’esistenza del contratto (allegandone la violazione) e l’evento dannoso – consistente nell’aggravamento (ovvero, in alcuni casi, nella inalterazione) della preesistente patologia oppure nell’insorgenza di una nuova condizione patologica quale effetto dell’intervento – mentre a carico del medico (o della struttura sanitaria) è lasciato l’onere di provare che la prestazione professionale sia stata eseguita secondo la migliore scienza ed esperienza medica e che l’evento infausto sia stato determinato da un evento imprevisto e imprevedibile, ovvero causalmente estraneo al suo operato, ovvero che l’inadempimento, ove pur esistente, non sia stato la causa dell’evento dedotto, o comunque sia rimasto alieno alla sua sfera soggettiva di signoria, non essendo a lui imputabile.

In altri termini, nei giudizi di risarcimento del danno causato da attività medica, l’attore ha l’onere di allegare e di provare l’esistenza del rapporto di cura, il danno ed il nesso causale, mentre ha l’onere di allegare (ma non anche di provare) la colpa del medico; quest’ultimo, invece, ha l’onere di provare che l’eventuale insuccesso dell’intervento, rispetto a quanto concordato o ragionevolmente attendibile, è dipeso da causa a sé non imputabile.

Rimane pertanto irrilevante, almeno dal punto di vista dell’allocazione dell’onere della prova, la valutazione in merito alla difficoltà della prestazione, la quale assurge a mero parametro di valutazione della diligenza nell’adempimento. E ciò anche a tutela delle prerogative del sanitario, essendo ormai preclusa la possibilità di desumere automaticamente l’inadempimento nel mancato raggiungimento del risultato utile e imponendosi piuttosto, caso per caso, una valutazione dell’operato del debitore professionale alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività (alla luce della natura della attività esercitata), esigibili da un professionista in possesso del medesimo grado di qualificazione e in presenza delle medesime circostanze, fermo restando che la limitazione della responsabilità di responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave prevista dall’art. 2236 c.c. tiene alle sole ipotesi di imperizia, che possano essere giustificate dalla particolare complessità o novità dell’opera richiesta, e non si estende alle ipotesi in cui la prestazione del professionista sia stata viziata da negligenza o imprudenza, cioè una violazione delle diligenza professionale media esigibile ex art. 1176, co. 2, c.c., rispetto a cui rileva anche la colpa lieve.

In base al principio di riferibilità o vicinanza della prova, spetta comunque al medico, che è in possesso degli elementi utili per paralizzare la pretesa del creditore, provare che il caso è stato di particolare difficoltà.

Trib. Palermo, Sez. III, 9 maggio 2019, n. 2322

Redazione A-I.it Avvocati Associati

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